Una storia ferroviaria

 

Questa volta nella sezione "racconti della Bassa" facciamo un’eccezione. Quello che segue è un racconto di Achille Campanile, pubblicato nel  1973. E’ ambientato a casa dei nostri vicini milanesi, ovvero nella Martesana, in uno di quei luoghi ben noti a chi ogni giorno viaggia tra la Bassa e Milano.  Parla di treni, di "crisi", di nebbia, di carabinieri e tribunali. Eccolo.

 

La vita è un sogno

 di Achille Campanile

 

Nella nebbia apparve improvviso
il fantasma d’una locomotiva.

Era una mattina d’inverno su una
strada ferrata. Freddo, nebbia. Attraverso una cortina di vapori si
intravedevano appena lo scheletro d’ un albero spoglio e lo spigolo d’ un
casello ferroviario.

“Non piangete, bambini, adesso
verrà papà; porterà qualcosa da scaldarci”.

Nell’interno del casello, la
povera cantoniera e i suoi tre bambini tremavano dal freddo. La stagione era
eccezionalmente rigida. S’era da poco usciti dalla guerra, non si trovava
carbone, non c’era elettricità, tutto era ancora macerie. Il cantoniera era
dovuto andar lontano, il casello stava a mezza strada tra due stazioni, lontano
dai paesi, isolato. Di lì vedevano ogni giorno alle stesse ore passare i treni
con tanti finestrini che lampeggiavano a scatti e con le persone dietro i
vetri, che non si faceva in tempo nemmeno a vederli; e i lunghi convogli merci,
lenti, che facevano un rumore ritmico traballando sulle traversine e non finivano
mai, coi loro carri chiusi, o coi buoi alle grate, e con le vetture cisterna e
le cifre del tonnellaggio, della tara, della capacità, e i nomi di strani paesi
lontani e frasi scritte col gesso. Poi anche gli interminabili treni merci
venivano ingoiati dalla strada e si vedeva l’ultimo vagone con lo sgabuzzino
del frenatore e il fanalino di coda scomparire saltando alla curva. La notte si
sentivano passare velocissimi i treni, con un fischio breve, e allontanarsi. I
bimbi svegliati dal fragore che faceva tremar la casa vedevano nel buio con la
fantasia gli occhi di fuoco venir quasi loro addosso, abbagliarli e poi
scomparire lasciando una scia di faville nel buio

Nessun treno si fermava mai. Si
può dire che nessuno era così lontano dai treni come gli abitanti di quel
casello lungo la strada ferrata: un attimo, un lampeggiamento e basta.

“Non piangete”.

Tuf…tuf…tuf. Un ànsito cresce,
rallenta.

Dalla nebbia appare improvviso il
fantasma d’una locomotiva.

Vicinissimo, come emergendo dal
suolo; senza treno, e si fermò davanti al casello.

Un guasto.

Bellissima, nera e immensa tra i
vapori e stillante gocciole di sudore; con la fornace che rosseggiava
spalancata; di sotto cadevano tra le rotaie pezzi di fuoco e si sbriciolavano
mollemente come i fiori degli alberi a primavera.

Usciti dal casello, la casellante
e i tre bambini coperti di cenci guardavano abbagliati, anche per scaldarsi un
po’ alla grande stufa apparsa quasi per miracolo. Com’era immensa, da vicino! I
bambini guardavano stupefatti e gli occhi si riposavano fissando la voragine
rossa davanti alla quale due uomini neri di fuliggine armeggiavano a riparare
un guasto.

“Ehi, brava donna, che state a
fare lì tremante di freddo? Entrate in casa a scaldarvi.”

“Scaldarsi? E con che?”

“Pigliate, su”.

I due diavoli dagli occhi bianchi
nei visi neri danno un paio di palate di carbone alla donna e, riparato il
guasto, la macchina con ànsito forte parte e subito scompare dietro un sipario
di nebbia; si sente solo l’ànsito, non si vede più nulla.

Si direbbe proprio
un’apparizione, un fantasma, se non ci fosse lì, sulla neve davanti alla porta,
quel po’ di carbone quasi piovuto dal cielo.

Già non si sente più niente nella
desolata campagna.

Ma sul ciglio della scarpata una
labile ombra si muove tra le cortine di nebbia. Un milite ferroviario ha visto;
via in bicicletta, alla caserma dei carabinieri. Anche quest’ombra scompare nel
biancore.

Quattro anni. Quattro anni sono
passati durante i quali Caterina Bertelli, la casellante, si è più volte
domandata se quella mattina di novembre del lontano ’46 non fu tutto un sogno:
l’apparizione della locomotiva, la scomparsa, l’arrivo del milite coi
carabinieri che trovano il carbone, l’arresto del marito ignaro che tornava a
casa in quel momento e che si mise a battibeccare con essi, il licenziamento di
lui, comunque responsabile del furto di carbone. Quattro anni di
disoccupazione, senza nemmeno più quella piccola casa con un gran numero di tre
cifre su uno spigolo, a mezza strada tra Melzo e Cassano d’Adda. Il marito abbrutito,
senza lavoro. E per quattro anni, carta da bollo, fogli stampati, lunghe attese
nell’anticamera dell’avvocato, coi bambini spauriti, in un silenzio punteggiato
dall’uggiosi tic-tac di una pendola. Di là da una porta viene il ticchettio di
una macchina da scrivere.

Un po’ più macilenta, un po’ più
povera di quella mattina, la casellante è sul banco degli imputati nella
seconda aula della pretura di Milano e si rivede accanto i due diavoli neri di
quella mattina; ha sentito anche i loro nomi: Nello Giovannelli macchinista,
Giudo Tofoli fuochista; tutti e tre imputati di furto di carbone in danno delle
Ferrovie dello Stato.

È entrato un ispettore delle
Ferrovie. Dice:

“Era consuetudine dare qualche
palata di carbone…”

Il P.M. dice qualcosa quasi a
bassa voce al pretore. Il pretore è piccolo, parla con accento siciliano. Poi
parla il difensore dei due ferrovieri. Per ultimo parla l’avvocato difensore di
Caterina, ma Caterina capisce ben poco. Anche lui ha l’accento siciliano. Legge
una circolare ministeriale del ’46: considerando la stagione eccezionalmente
rigida di quest’anno e la mancanza di mezzi di riscaldamento…non si prendono i
considerazione i piccoli furti…

Caterina capisce sempre meno.
Furti?

Poi c’è un gran silenzio. Il
pretore scrive qualcosa su un pezzo di carta. Il cancelliere è pronto ad
annotar la sentenza e intanto pensa che proprio stamattina ha messo
un’inserzione sul giornale per trovare casa: ha moglie e un bambino, ci vorrà
l’uso di una cucina e una padrona di casa che sopporti il bimbo; con la penna
in mano e lo sguardo nel vuoto sogna una reggia: Benvenuti, fate come se foste
in casa vostra. Il pretore  alza la
testa:

“In nome del popolo italiano…”

Tutti in piedi.

A Caterina deve spiegarlo
l’avvocato, perché lei non ha capito niente con tutte quelle frasi e cifre:
assolti tutti perché il fatto non costituisce reato.

Ma il casellante riavrà il posto
che perse quattro anni fa e il desolato casello che era la casa dei suoi
bambini? È quasi abbrutito dalla lunga disoccupazione, ma è riuscito a non far
nulla di disonesto.

Forse lo riavrà. I treni – si è
visto anche dalla circolare che ha letto l’avvocato – sono buoni, sono umani.
Viaggiano molto, vedono molte miserie ai margini delle loro strade e capiscono.

 

 

 

 

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