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La svastica delle alpi

Riflessioni — Inviato da inbassa @ 21:21

 

Un'analisi reperibile qui: socialdesignzine

Semiologia politica in Padania

Alessandro Savorelli*

Tanto tempo fa in una galassia lontana lontana, alcuni professori comunisti, sedotti dal lato oscuro della forza, inventarono uno dei loro soliti inganni dialettici, stalinian-hegeliani: la semiotica. Che cosa dicevano? Invitavano a studiare i “segni” come se fossero non superfetazioni arbitrarie del reale, ma “cose” esse, o segmenti di cose, non separabili dalle cose: non “scorze”, o scorze senza le quali la “polpa” va a male e si disfa. Su questo presupposto insegnarono a pensare che la pratica della decrittazione dei segni desse delle informazioni sulle cose stesse e consentisse di giudicarle: fosse il quadro di un 'pompiere' di fronte a un classico, il menu della pizzeria a taglio “Bella Napoli” e quello di Maxim, un movimento politico dall’ideologia sgangherata o una formazione dal programma complesso.

(...)

Infine la Lega, l’unico segno rimasto dagli anni Ottanta, perché. come è stato osservato acutamente in un commento, è ormai “il partito più vecchio della repubblica” (di una repubblica che esso, paradossalmente vuol disfare). Ho chiamato (sforzandomi di ridere) quel segno «svastica delle Alpi», non senza motivo: come la svastica è un emblema solare; e ho poi dato la stura a un’invettiva che, tuttavia, non è così partigiana come si crede. Se si tolgono gli aggettivi-contumelia (canaglia, carogna, rozza etc.), mie definizioni personali (che ho espresso più volte), gli altri non sono offensivi. Fotografano bensì le idee portanti del movimento leghista: xenofobia, localismo, difesa di interessi costituiti, disprezzo dello stato, indifferenza ai problemi dei “diritti”, tradizionalismo. Idee del genere sono “di per sé” reazionarie, anche se la storia le ha rimescolate in tanti modi. Né la Lega si dovrebbe offendere di una definizione che è puramente neutra (come “liberale”, “conservatore”, “progressista” etc.). Se “comunista” nel linguaggio berlusconiano-leghista sta diventando una parolaccia, come già lo era “fascismo” per i democratici, “reazionario” può ben essere una definizione e non una contumelia.

Ma la cosa non è stata bevuta: mi sono saltati addosso in molti, reclamando la “modernità” della Lega, la sua “vicinanza al popolo e ai suoi bisogni” (non compresi dalla sinistra classica), il fatto che l’hanno votata gli operai, la sua presunta probità amministrativa. Ora che la sinistra non abbia capito certe cose, sono il primo a sostenerlo, ma l’argomento «la votano gli operai, ergo» mi lascia perplesso: i contadini affamati del cardinal Ruffo che impiccavano i giacobini non rendevano ipso facto «moderno» il cardinal Ruffo: che reazionario era e rimaneva. Testimoniavano semmai della subalternità popolare a parole d’ordine reazionarie.

Ordunque, vediamoli i “segni” della Lega, come facevano i semiologi della galassia lontana lontana, vediamola la sua strategia comunicativa. Vediamo se ci dicono qualcosa di lei. Se la definizione “reazionaria” è gratuita.

Cominciamo dal sole delle Alpi. Segno solare e ancestrale: nessun partito moderno si è rifugiato in una terra di mezzo cos
ì lontana per dire ciò che è. E sorvolo sul fatto che la scelta è a sproposito: quel simbolo si trova in tutto il mondo antico e medievale, e in tutto il mediterraneo. Io ne ho fotografati decine nel sud e in altre zone non sospette di essere “celtiche”; si trova persino in Tunisia. Ma a parte la bufala storica e antropologica, il segno non è che un segno di forte evocazione ancestrale, una runa, proprio come la svastica, la croce celticaimprinting da destra reazionaria innegabile.  Un partito moderno non sceglie simboli ancestrali, veri o finti.
Se poi si va sul sito dei Giovani Padani, i simboli (anche questi quasi tutto falsi, cioè reinterpretati a partire dal mito) sono resi in una ridicola araldica da palio di paese, addobbata di draghi, leoni, spadoni, grifoni: paccottiglia recuperata sui siti di araldica, i più esoterici, e rivenduta per storica. Nessun partito moderno si addobba da dungeons and dragons. La scelta di connotarsi come “nazioni” coi propri simboli d’antan, è tipica di un'ideologia nazionalista, patriottarda e revanscista. L’Italia umbertina e il fascismo amavano le parate delle “province fedeli” coi loro blasoni, del genere «Frosinone! presente!». Mio padre rammentava il cartello da
parata del fascio di Forlì: «noi, Forlì, il mondo».

Militarismo, non importa se solo verbale. Dagli scudo dragonati alla macchina teatrale-guerriera: i giovani padani hanno sempre la spada in mano, l’elmo in testa, come il prode Anselmo, e combattono sempre contro qualcuno all’arma bianca. come i gruppi ultras delle curve e i movimenti di destra. Camicia nera, camicia verde. i padani, come i fascisti amano agghindarsi in divisa.


Nazionalismo. Posticci i simboli, da film storico (i padani sbavano per quella schifezza di Braveheart), posticcia la patria padana: e tuttavia il connotato nazionalistico è fortissimo: una patria sempre armata e in guerra contro nemici e oppressori. Nazionalismo etnico di estrema destra: aggressivo, esclusivo. Magliette e poster esibiscono tipiche idee da nazionalismo di destra: onore, coraggio, orgoglio, tradizione. Di nuovo, come le curve di destra.
Tutte queste cose si vedono anche molto bene nel prezioso catalogo dei poster della Lega (dal 2000 a oggi) sul suo sito. Sulla grafica lascio il commento ai tecnici: a me pare piuttosto dozzinale, per non dire pacchiana, urlata, da manifesto di sagra paesana o discount da tre soldi. La strategia comunicativa comunque, verbale e iconografica non lascia dubbi sulla collocazione politica.
Nazionalismo, mitologia nazionale, spiegata ai bambini, come nelle dittature, in appositi opuscoletti. Lo slogan è elementare e protervo «padroni a casa nostra».

Ibridazione dei messaggi: come il fascismo, la Lega adotta “pezzi” del linguaggio politico altrui, e li usa con disinvoltura: «il vento del Nord», la «lotta di liberazione».

Conservatorismo e totale chiusura di fronte ai problemi nuovi: espellere i clandestini, negare rappresentanza, opposizione alle leggi («basta tribunali dei minori»).

Moralismo fondamentalista (ipocrita: chi va con la squillo? chi si droga? sono marziani, terrorni, extracomunitari?), stile sindaco-sceriffo di Hollywood («ripulirò questa città»):  «prostituzione e pornografia ALT!». «Ferma l’AIDS»: come? non si sa, votando Padao. Perché come diceva la macchietta di un film americano: «l’AIDS non è la malattia, è la cura»…

Elogio del premoderno. Semplificazione dei problemi economici e protezionismo crudo, premoderno («servono i confini per difendere le imprese»). Premoderna negazione di diritti validi per tutti e privilegio etnico: «Case popolari: prima i padani!», «Magistrati padani in padania».

Violenza verbale, autoidentificazione attraverso un nemico satanizzato, alla Karl Schmitt. Esasperazione aggressiva del linguaggio: la Padania è sotto apartheid, il nemico è un’«orda», l’Europa impicca la Padania, in Italia ci sono i «soviet», il governo deve essere tritato nella spazzatura, Roma è uno stato «coloniale», i «turchi e i cinesi» (il pericolo giallo!) ci assediano, la sinistra è fatta di «nazisti rossi». Il ministro delle finanze è un «ratto che ti rapina».

Tradizionalismo: «sì alle radici cristiane». Naturalmente un po’ cristiane un po’ celtiche.

Antipolitica, prepolitica. La politica è una questione di «soldi!ì». Egoismo e rivolta fiscale: le paure e le ossessioni del borghesuccio diventano un programma politico rudimentale. Qualche intellettuale della Lega scrive talora «autonomia finanziaria», ma al popolo ci si rivolge più direttamente, in mutande: «basta tasse», anzi, meglio «basta soldi», o  «i soldi delle tasse»; Roma è una matrona che frega le uova d’oro alla Padania, un vampiro romano «frega i risparmi» ai padani; gli «statali» (per definizione tutti poltroni, fatta eccezione forse per statali padani?) vanno buttati fuori. L’armamentario della commedia all’italiana, dei «tartassati», al posto della politica; l’antipolitica e prepolitica dei discorsi da bar come strategia comunicativa. Il conservatorismo contro lo stato e contro le tasse connota i partiti di estrema destra populista da sempre. Lo stila è identico a quello dell’Uomo qualunque. Stessa vittimismo complottardo, stesso appello alla furbizia italiana: non farti fregare dallo stato. Soluzione classica: più padania, più libertà. Ci siamo noi a difenderti. Si esce dalla crisi a destra, come nella Germania del ’32 e per mezzo di amici fidati, gente come te, un capo che viene dal popolo, in canottiera.

Ecco la strategia comunicativa del partito «radicato nel popolo» e «amato dal popolo», che ora tutti vezzeggiano. È una strategia di estrema destra, reazionaria: di solito le idee e la pratica sociale e politica di chi usa una strategia del genere sono reazionarie. Magari la Lega sarà un’eccezione: anche gli squadristi, col loro ridicolo fez, il manganello e l’eia eia alalà sedussero qualche tranquillo liberale timoroso delle intemperanze della sinistra e preoccupalo del suo portafoglio, qualche «laureato, educato, dalle visioni ampie, razionale, acculturato, intelligente, voglioso di tensione e cambiamento, interessato, dinamico, propositivo».  Le colpe della sinistra sono nel non volere e poter dare risposte ai problemi che la Lega agita come clave: ma questo non toglie che le idee che la Lega agita, scrivendo e dicendo quel che dice e come lo dice, siano arretrate e pericolose per la democrazia. Inseguirla sul suo terreno, a partire dalle prossime venture riforme istituzionali, sarebbe l’anticamera di ulteriori disastri per l’opposizione.
 
 
*Ricercatore e storico della filosofia moderna presso la Scuola Normale di Pisa, si occupa di storia della simbologia e dell'araldica delle istituzioni pubbliche, in particolare dell'araldica comunale.


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